A casa del Diavolo

gennaio 14, 2011

I due tipi dall'aria slava mi beccano mentre cerco di rimettere in moto un furgoncinodelle poste abbandonato su una strada secondaria fra Bruno e Incisa.
Giacche della Belstaff, occhiali scuri, PS90 in assetto da guerra totale.
Vedi due tizi così e cosa fai?
Alzi le mani e li segui.
Mi caricano su un SUV coi vetri fumé, uno guida e l'altro sta seduto dietro.
Non parlano.
Non sono aggressivi.
Il viaggio è breve.
Raggiungiamo un villone perduto nella nebbia, sul cucuzzolo di una collina.
Bianco, vasto e dall'aria imprendibile come il castello di Osaka, muri bianchi e tegole color cioccolato.
Un secondo SUV ed una Porsche Carrera dorata parcheggiati sul davanti.
Grande giardino.
Campo da tennis.
Mi portano dentro.

Il soggiorno è bianco e nero.
Moquette bianca, poltrone di pelle nere, pareti bianche, mobile bar neo, sofitto bianco, un televisoe LCD da due ettari che pare il monolito di 2001, nerissimo.
I miei due accompagnatori mi conducono fino ad una poltrona.
Uno prende la mia tracolla, l'altro posa la mia doppietta sul tavolino di vetrò fumé del salotto Le Corbusier.
In piedi davanrti a me, quello che è facile intuire sia il padrone di casa mi guarda a braccia conserte.
Jeans, felpa blu della VIRTUS, zoccoli del Dr Scholl.
Ha grossomodo la mia età, un fisico solido da atleta andato male, appesantito ma ancora relativamente in forma. Capelli biondi spazzolati all'indietro, gli occhi azzurri mi guardano con aperta curiosità.
Seduta a terra sulla moquette spessa, dietro di lui, una ragazzina con un golfino strimilzito, viola cardinale, sta giocando con una playstation.
Coniglietti muoiono in maniere orrende sullo schermo colossale.
Mi ignora, isolata da grosse cuffie stereofoniche rosa shocking.
Un'altra ragazza, di poco più grande, siede su uno degli sgabelli di pelle e acciaio cromato al bancone del mobile bar, e scartabella il libretto di un CD.
L'uomo mi dà il benvenuto.
Mi chiama per nome.
E già questo on mi piace.
"Sei una cazzo di celebrità," mi dice, con un sorriso autocompiaciuto.
Io guardo il fucile sul tavolino fra noi due.
Canna sinistra, monopalla.
Canna destra, pallettoni.
"Io leggo il tuo blog, sai," mi dice. Punta un dito verso il soffitto. "Uplink satellitare, " dice.
Ride.
"Mi è piaciuto il post sui piccoli Hitler," dice. "Roba tosta quella che scrivi."
Raggiunge il bar, e passando dà una strizzata alla tetta destra della ragazza coi CD.
Non una carezza, ma neanche un pizzicotto.
Una strizzata, come a un antistress.
"Non essere maleducata, piccola," le dice, "saluta la faina."
Lei mi guarda con gli occhi più morti che io abbia mai visto.
"Bevi qualcosa?" chiede lui passando dietro al bar.
Lei viene verso di me.
Porta un crop top e degli short a vita bassissima.
"Un uischino, una vodca, un brendi, un quantrò?"
"Faina," dice lei, "Quello di Internet?"
Mi viene vicina, molto vicina.
Sento il suo odore - un'impressione appena di lucidalabbra alla fragola sopra ad una patina di sudore.
"Che figata," dice lei.
"Un'acqua brillante?" continua il padrone di casa.
"In lattina," gli rispondo.
La mia voce è bassa, arrochita, sporca.
Da quanto tempo non parlo con un essere umano?
Settimane almeno.
Lui si china, prende una lattina gialla da un frigorifero.
La posa sul bancone, poi si ferma, mi guarda e scoppia a ridere, una risata di pancia, a bocca aperta.
"In lattina!" esclama.
Si volta verso i due energumeni. "In lattina!... l'avete capita la faina?"
Continuando a ridere viene verso di me.
Mi allunga la lattina gelida.
"Nessun rischio di contagio, eh?"
Col braccio sinistro cinge la vita della ragazza.
Lei gli si struscia addosso, ma continua a guardarmi con i suoi occhi morti.
Lui le lucida una chiappa con la mano aperta, ma continua a guardarmi anche lui.
sarei più a mio agio nel castello di Frankenfurther.
Le dà una sonora pacca sul culo.
"Levati dalle palle," le sussurra, e poi "Tu mi piaci," dice, mentre lei si allontana. Soleva il bicchiere in un brindisi. "Mi piaci perché sei uno che sopravvive, sei come me, non hai cazzi, ci somigliamo noi due..."
E fa di nuovo quella sua risata grassa.
"Cosa volete da me?"
Lui fa un gesto con la mano, come per scacciare delle mosche.
"Ne parleremo più tardi," dice. "Abbiamo tutto il tempo."
"Sono vostro prigioniero?"
Ride.
"Prigioniero, no, perché... ospite, un gradito ospite."
"Allora posso riavere il mio fucile."
Smette di ridere.
Mi fissa, con quegli occhi azzurro pallido, e sotto all'aria da insegnante di ginnastica al liceo un po' tamarro traspare per un attimo, solo un attimo, qualcosa di molto duro e tagliente, e pericoloso.
Sullo schermo i coniglietti continuano a morire.
"Stevan," dice. "Dagli il suo fucile."
Uno dei due tirapiedi viene avanti, prende la doppietta e me la offre, cn un sorrisetto.
La prendo con entrambe le mani, e lui non la lascia, per un attimo la trattiene, contrae i muscoli.
"Era di mio padre," dico.
Lo lascia andare.
Il padrone di casa ride di nuovo, posa il bicchiere ormai vuoto vicino alla lattina gialla ancora vergine.
"Mostragli la sua stanza," dice.
Stevan fa un cenno col capo.
Sento i suoi occhi sulla mia schiena.

Dopo sei settimane accovacciato fra gli sterpi, per dieci minuti sono in muta contemplazione del water ed del rotolo della carta igienica.
Poi mi caccio sotto la doccia e per qulla che mi pare un'eternità rimango sotto all'acqua bollente, lasciando che lavi via la fatica, i chilometri, e la sporcizia.
Emergo dal vapore della cabina indolenzito e vecchio.
Nel pensile dietro allo specchio, sul lavabo, ci sono forbici, un pacchetto di rasoi usa e getta, una bombola di schiuma Noxema, un barattolo di Prepp.
Il mio volto rasato è di due colori diversi, con delle rughe che non ricordavo, attorno agli occhi, alla bocca.
L'ultimo anno ha eliminato i chili di troppo senza tuttavia rimpiazzarli con muscoli particolarmente tonici, e la pelle mi casca addosso come un abitio di due taglie troppo grosso.
Mi guardo le mani.
Sono le mani di mio padre, ma lui aveva settant'anni passati ed io non ne ho ancora cinquanta.
Rientro nella camera che mi hanno assegnato.
Sul letto da una piazza e mezza, insieme con la mia borsa ed il mio fucile, ci sono un paio di pantaloni ed una felpa, grigi, ancora chiusi nelle buste di cellophane, e a terra un paio di Superga di tela.
Tutto più o meno della mia misura, tutto molto adatto per stare in questa casa sontuosa e maledettamente troppo calda, ma sarebbe follia affrontare la nebbia là fuori con solo questa roba addosso.
Mi siedo sul letto e mi guardo attorno.
La stanza di un ragazzo, di un adolescente: una mppa del sistema solare del National Geographic, una scafalata con una quindicina di libri di Asimov, una scrivania con sopra un PC.
Il letto è comodo e invitante.
Ma c'è altro da fare.
Con una sedia blocco la porta.
Poi accendo il computer.
Ho dei fan che aspettano di leggermi.

6 commenti:

TIM ha detto...

Mi è piaciuto. Con poche parole si entra nella scena fisica e nel contesto psicologico. (certo che però una quindicina di Asimov non è male!).
Temistocle

Alex McNab ha detto...

(fuori dal personaggio) Lasciamelo dire: il tuo pezzo migliore, finora. Ottimo davvero!

Silvia ha detto...

eccezionale faina, come sempre :)

Faina Solitaria ha detto...

Troppo buoni.

elgraeco ha detto...

Ah, ma hai attivato i commenti!
Finalmente!

Bravo. Per tutto.

;)

Angelo ha detto...

(personaggio off)
Ben gestito, poche pennellate per mostrare e far immaginare. Ammetto di essere curioso.